Perché ancora

Oggigiorno, con tutto quello che gira intorno — algoritmi, profili, vite mostrate e vendute a pezzi — avere ancora uno spazio come questo può sembrare un controsenso. Una cosa fuori tempo, o peggio, una crepa in una vita che agli occhi di chi mi conosce sembra tutt’altro.

Non lo è.

Non è una vetrina. Non cerco pubblico, non cerco conferme. Questo posto esiste perché io ho bisogno che esista — è l’unico luogo dove posso dare forma a qualcosa che nella vita che mi sono costruito, e che non voglio cambiare, non trova spazio per uscire. Non per debolezza di quella vita, ma perché è fatta di scelte precise, di persone a cui tengo, di un ruolo che porto con serietà. E dentro quel ruolo, certe parti di me restano incasellate, giudicate incoerenti, buone solo da tenere a bada.

Ma non se ne vanno. Tornano, sempre. Come i tamburi di cui scrivevo tempo fa — quelli che senti nella giungla e che non riesci a ignorare, per quanto tu provi a dire di no. Scrivere qui non è cedere a quei tamburi. È il modo che ho trovato per ascoltarli senza farmi travolgere, per dare loro un nome, una forma, un ordine — invece di lasciarli semplicemente rimbombare dentro senza senso.

Chi legge queste pagine forse vede solo la superficie: un uomo che parla di dominazione, di regole, di un ruolo che si è scelto. Ma sotto c’è qualcosa di più semplice e più onesto di quanto sembri: qui non ho maschere da mantenere, non ho un copione da rispettare per compiacere qualcuno.

Con il tempo mi sono anche allontanato dall’immagine di master che si trova ovunque — nei forum, nei siti, nelle foto tutte uguali che sembrano uscite dallo stesso stampo. Non è stata una rottura, è stata evoluzione: ho scelto di alimentare certi aspetti di me e di lasciarne andare altri, senza sentirmi in debito verso nessun modello da rispettare. Non ho mai creduto nelle definizioni, nei paradigmi che dovrebbero dirti cosa devi essere per meritarti un’etichetta. Non esistono schemi o diagrammi di flusso, l’ho scritto anche altrove: io sono così. E questo sono io.

Se questo ti sembra incoerente, lo capisco. Lo è, forse, per chi guarda dall’esterno. Ma l’unica cosa che so con certezza è che, senza questo spazio, quei tamburi non smetterebbero comunque di suonare — smetterei solo io di ascoltarli.