Tutto iniziò così

Mi avvicinai per caso al mondo del BDSM molti anni fa. Era un sabato di gennaio, uno di quei pomeriggi grigi in cui il tempo sembra non passare mai. Un amico di allora, stufo di vedermi annoiato, mi propose di uscire: “Vieni con me stasera, conosco gente interessante.” Non mi disse altro, e io, per pura noia, accettai.

Guidammo per una buona mezz’ora, lasciando la città alle spalle. Lui sapeva benissimo dove stavamo andando, io no. Mi limitai a guardare fuori dal finestrino, incuriosito da quella sua reticenza.

Arrivammo davanti a un locale anonimo, senza insegna, in una traversa poco illuminata. Non era aperto al pubblico. Mancava un’ora a mezzanotte quando bussammo a una porta pesante. Ci aprirono dopo pochi secondi, come se ci stessero aspettando.

Dentro, l’aria era calda e sapeva di cera bruciata. Le luci erano basse, rossastre, e in sottofondo una musica lenta copriva a malapena il silenzio. Lui salutò quelli che riconobbi subito essere i “padroni di casa” — li conosceva bene, non era la prima volta che ci metteva piede. Ci furono le presentazioni di rito: evidentemente li aveva avvisati che avrebbe portato qualcuno.

Fummo dentro in pochi minuti. Era una festa tra pochi intimi, non l’evento affollato che mi ero immaginato. C’era la coppia dei padroni di casa, un’altra coppia sulla quarantina, e una ragazza più giovane, seduta in un angolo con le gambe raccolte, che osservava tutto con un’attenzione che allora non seppi decifrare.

Non feci nemmeno in tempo a realizzare cosa stesse succedendo. Le ragazze vennero spogliate e lasciate nude nella stanza, con una naturalezza che a me, in quel momento, sembrò quasi irreale.

Io ovviamente mi eccitai molto. Chiesi al mio accompagnatore cosa stesse succedendo e dove mi avesse portato, ma prima che potesse rispondermi sentii il rumore secco di una pacca. Una donna era stata fatta inginocchiare al centro della stanza e veniva sculacciata a turno, mentre gli altri la guardavano con la calma di chi quella scena l’aveva già vista decine di volte.

Ricordo perfettamente i colpi che arrivavano, uno dopo l’altro, e i suoi gemiti di dolore. Ma ricordo anche che più i colpi arrivavano duri, più quel gemito iniziava a trasformarsi in un rantolo di piacere soffocato, quasi in contraddizione con se stesso.

Quella sera non feci nulla se non guardare, immobile in un angolo, con il cuore che batteva più forte del dovuto. In me però si accese una lampadina. Fu come se si aprisse un sipario su uno spettacolo che in fondo già conoscevo, ma che fino ad allora avevo sempre guardato da lontano, senza capirne davvero il linguaggio. Quella notte non ero più seduto in platea: potevo vederlo con gli occhi di chi, un giorno, avrebbe recitato quella parte.

Lì capii.