“Di nuovo sento i tamburi suonare nella giungla… Non riesco a non esserne attratto, a dire di no nonostante tutto.”
Per un periodo, dopo aver scoperto quel mondo, l’ho vissuto quasi come un gioco. Poi l’ho snobbato, convinto che fosse solo un facile bersaglio per i miei ormoni da ragazzo, qualcosa da archiviare come una fase.
Poi ho scoperto che quelle situazioni mi mancavano. Mi mancava essere obbedito, mi mancava sentire quella resa che qualcuno sceglie di darti solo per il gusto di farlo.
Ma la vita va avanti. Conosci persone, costruisci qualcosa di normale. E tutto si assopisce.
Poi però, proprio perché quel desiderio non viene mai cercato né capito, proprio perché quello che provo e penso verrebbe giudicato malato, da pervertito, eccolo lì di nuovo, sotto: il richiamo di quel mondo dove posso essere davvero io.
E scopro di non poter mai spegnere quel fuoco. Anche quando vivo nella normalità, dietro l’angolo, in qualsiasi momento, posso sentire suonare i tamburi — come nel gioco di Jumanji, che chiamano appunto a giocare.
C’è una responsabilità in tutto questo, e non la scarico su nessuno. È stata una mia scelta mettere per un po’ a tacere quella parte di me, per paura del giudizio. Ed è una scelta altrettanto mia, oggi, smettere di farlo. Non è una ricaduta, non è un cedimento: è riconoscere che quel fuoco è mio, e che ignorarlo ha un prezzo tanto quanto ascoltarlo.
Non rinnego nulla di me

